lunedì 16 dicembre 2019

FILM: "IL CAMMELLO CHE PIANGE"


" Il cammello che piange"


Informazioni generali 

Regista: Luigi Falorni, Byambasuren Davaa
Genere: Documentario
Anno: 2003
Paese: Germania, Mongolia
Durata: 90 min
Data di uscita: 27 maggio 2005
Distribuzione: Fandango,

Trama

Mongolia del Sud, primavera. Un giovane cammello è rifiutato dalla madre, così la famiglia proprietaria del cammello farà di tutto per salvargli la vita ma solo con il potere suggestivo della musica la mamma-cammello ritroverà il proprio istinto materno. Da questo momento, parteciperemo della sofferenza dell’animale, espressa con un lamento che ricorda un vero e proprio pianto umano, e seguiremo il suo calvario per alimentarsi e crescere, nonostante i numerosi tentativi degli allevatori di far “riconciliare” madre e figlio. La miracolosa pacificazione finale avverrà grazie al potere taumaturgico della musica, attraverso un rito officiato da un violinista fatto venire appositamente dalla città più vicina: il suono dello strumento e della voce riusciranno a sciogliere il rifiuto iniziale e a far “piangere” anche la madre del piccolo cammello albino.

Ispirandosi al modello dei documentari narrativi di Robert J. Flaherty come “Nanook del Nord” e “L’uomo di Aran”, i due registi hanno seguito la vita reale di una famiglia di pastori nomadi, scandita dalla ciclicità delle nascite e delle stagioni e ancora preservata dalle conseguenze negative del processo di inurbamento in atto anche in Mongolia (nella sola capitale Ulan-Bator vive il 50% della popolazione del paese).

Il risultato finale è uno spaccato realistico di uno stile di vita suggestivo proprio perché lontano nel tempo e nello spazio, ma che mantiene il sapore della favola grazie al lieto fine e alla descrizione dell’immediata comunicazione fra psiche e istinto e del rapporto privilegiato fra natura e uomo, ormai sempre più drammaticamente compromesso.

INDUSTRIA


L'industria del presente e del futuro


Oggi le industrie sono industriali sono concentrate nei paesi sviluppati: Europa, Russia, Stati Uniti, Canada, Australia. Nei quali si posso distinguere 3 tipi di aggregazione industriale:
  1. Le aree di grande concentrazione: come il bacino di Ruhr in Germania, la regione di Parigi in Francia o le aree metropolitane di Tokyo e New York.
  2. I centri industriali isolati: come le zone minerarie in Russia.
  3. Le aree a industrializzazione diffusa, come il Veneto o le Marche dove sono presenti numerose imprese, molto diversificate, di piccole o medie dimensioni.
La geografia dei paesi industrializzati è in continuo movimento. Nella seconda metà del Novecento la Corea del Sud, Taiwan, Singapore e Hong Kong hanno creato un sistema industriale competitivo e diversificato. Inoltre negli ultimi anni del XX secolo ci fu un enorme crescita economica dei stati: Cina, Brasile e India che hanno avviato una grande competizione su molti settori produttivi.
Nel resto del mondo invece ci sono diverse situazioni:
  • gli Stati che hanno avviato un processo industriale di base grazie alla vendita di petrolio (Messico, Libia, Algeria)
  • gli Stati con un discreto sviluppo industriale ma con grandi ricchezze ancora da valorizzare come Argentina e Cile
Alla fine del XX secolo nei paesi industrializzati si è avviata la terza rivoluzione industriale, così definita perché si caratterizza per l'applicazione ai processi di produzione dell'elettronica  e dell'informatica.


L'industria in Alto Adige

Il ruolo dell'industria in Alto Adige
L'industria (= le aziende manifatturiere, le cave, l'edilizia ed il settore della distribuzione di acqua ed energia) contribuisce proporzionalmente più di ogni altro settore dell'economia al prodotto interno lordo dell'Alto Adige. Ci sono circa 500 aziende organizzate a livello industriale con complessivamente circa 33.000 occupati.

Dall'operaio al laureato

In base ai dati della Camera di Commercio di Bolzano nell'industria lavora circa il 13 percento di tutti gli occupati dell'Alto Adige, ciò significa che un occupato su otto in Alto Adige lavora in un'azienda industriale. Degna di nota è la molteplicità delle professioni che offre questo settore: dall'operaio semplice a quello qualificato fino al tecnico ed al manager attivo a livello internazionale sono decine le qualificazioni a tutti i livelli che si possono trovare.

PIL: l'industria è il nr. 1

Secondo i dati di IRE ed ASTAT, con il 13 percento degli occupati l'industria con circa 2.000 Mio. Euro realizza circa il 17 percento del prodotto interno lordo provinciale complessivo (= somma dei redditi dalle attività dipendenti, dei redditi d'impresa e degli ammortamenti). Il contributo dell'agricoltura è del cinque percento, quello del turismo del dieci percento e quello dell'artigianato dell'11 percento.

La produttività è migliore della media
Superiore alla media è nell'industria anche la produttività (= valore aggiunto per occupato) con 68.000 Euro all'anno per addetto. In agricoltura la produttività si assesta sui 20.000 Euro, nell'artigianato sui 48.000 Euro e nel commercio al dettaglio sui 42.000 Euro. L'elevata produttività dei posti di lavoro nell'industria rafforza le aziende nel loro impegno sui mercati della concorrenza straniera. Dal punto di vista socio-economico i posti di lavoro dell'industria hanno, pertanto, un valore molto alto.

Esportazioni e benessere
Secondo i dati della Camera di Commercio, l'industria realizza l'89 percento del fatturato complessivo fuori dai confini provinciali. Ciò significa che la maggior parte della produzione dell'industria altoatesina va all'estero oppure in altre regioni e province italiane. Accanto al turismo ed all'agricoltura l'industria fa ritornare, così, in Alto Adige molto potere d'acquisto esterno, assicurando quindi ulteriore reddito, posti di lavoro e benessere in provincia.

Innovazione e sapere
Un ruolo di precursore viene svolto dall'industria in Alto Adige anche in tema di innovazione in quanto in questo settore si sviluppano i progetti di ricerca e sviluppo in misura maggiore rispetto a tutti gli altri settori economici. Le aziende industriali si confrontano ogni giorno con la concorrenza europea e del resto del mondo e, pertanto, i prodotti ed i processi produttivi devono essere migliorati e rinnovati costantemente, ciò che si ripercuote nuovamente in maniera positiva sulla produttività. A tale proposito è necessaria la collaborazione con partner di tutto il mondo. In questo modo, grazie all'industria, si portano in Alto Adige nuove conoscenze e si contribuisce a trasformare l'Alto Adige da provincia di agricoltura, turismo e vacanze in una moderna società del sapere.

ALLEVAMENTO


Le origini dell'allevamento e la domesticazione

Il presupposto per l'allevamento è la domesticazione, ovvero la capacità di abituare specie animali o vegetali a convivere con gli uomini in spazi limitati e ad essere controllata. L?allevamento può avere diversi scopi: 

  •  come fonte di cibo,
  •  come mezzo di trasporto, 
  •  per ricavarne fibre tessili come la lana 
  •  per compagnia.

L'allevamento comparve tra il IV e il III millennio a. C. quindi può essere ritenuto contemporaneo o posteriore all'agricoltura.  Questa forma di domesticazione sta alla base delle società di pastori e allevatori che si diffusero negli ambienti inadatti alla coltivazione. Quindi può essere ritenuta una forma di adattamento alle zone aride.

I popoli allevatori sono diffusi in tutti e 5 i continenti: in Asia, dove si allevano cammelli e ovini, in Siberia dove si allevano renne, in Europa dove i pastori sardi allevano ovini mentre i pastori delle Alpi allevano bovini, in Africa dove si allevano bovini e in Oceania suini.
Alcune popolazioni sono isolate e mantengono la loro organizzazione tribale mentre altre sono integrate negli Stati a cui appartengono.

Tutti i popoli allevatori hanno queste 4 caratteristiche principali in comune:

  1. il bestiame, rappresenta la ricchezza e la fonte di prestigio sociale, può essere utilizzato anche come moneta.
  2. sono società instabili perché la loro economia è fragile in quanto potrebbe a causa di un epidemia entrare in crisi.
  3. sono società patrilineari, quindi il bestiame appartiene agli uomini.
  4. sono società prive di stratificazione sociale e autorità centrale quini 'acefale'.

I popoli allevatori sono una minoranza destinata ad estinguersi o ad essere inglobata nei meccanismi della produzione industriale. Si tratterebbe in caso di una perdita di un patrimonio di conoscenze, tecniche di artigianato artistico e strategie di adattamento all'ambiente. Un esempio in cui l'allevamento un fortissimo impatto sulla cultura e sulla vita delle persone è la Mongolia. 


L'allevamento oggi 


L'allevamento ancora oggi è un'attività economica fondamentale, fornisce risorse alimentari fondamentali.
Le due principali forme di allevamento moderno sono:
  •  l'allevamento intensivo:  è diffuso dove non sono presenti ampi spazi per il pascolo degli animali, dunque il bestiame cresce in grandi ambienti meccanizzati simili a fabbriche
  • l'allevamento estensivo è diffuso invece dove sono disponibili ampi spazi che consentono agli animali di vivere allo stato brade la maggior parte dell'anno. Questa modalità di allevamento presenta numerosi aspetti postivi: benessere degli animali, elevata qualità del prodotto e la salvaguardia dell'ambiente.




AGRICOLTURA


Le origini dell'agricoltura

Circa 10000 anni fa l'uomo da raccoglitore e cacciatore divenne agricoltore e allevatore. Questo fenomeno venne chiamato da Vere Gordon Childe 'rivoluzione neolitica', durante la quale l'uomo iniziò ad addomesticare alcune specie vegetali e animali.
Tutto questo ebbe inizio nella 'mezzaluna fertile' nel Medio Oriente, mente nel resto del mondo il fenomeno si sviluppò tra il 7500 e il 2500.
Le precondizioni che hanno favorito la domesticazione sono le seguenti:
  • il cambiamento climatico, 13 anni fa infatti finì l'ultima era glaciale. Il seguente innalzamento delle temperature ha favorito lo sviluppo di una vegetazione ricca e coltivabile;
  • l'aumento della popolazione;
  • il progresso tecnologico, gli uomini infatti erano in grado di costruire vari attrezzi agricoli come le falci.
La conseguenza principale della domesticazione fu la nascita di insediamenti fissi, in particolar modo presso i fiumi. Dove il suolo veniva sfruttato in modo intensivo e si iniziò a immagazzinare scorte di cibo e ad avere i primi scambi commerciali. Tutto questo permise un rapido aumento della popolazione.
Dal punto di vista sociologico inoltre ci fu la comparsa della divisione del lavoro e della stratificazione sociale. Infatti oltre ai contadini nelle civiltà c'erano governanti, soldati e sacerdoti che non avevano un attività produttiva ma che veniva lo stesso ritenuta importante.
Gli sviluppi dell'agricoltura
I principali aspetti dell'evoluzione dell'agricoltura dalla rivoluzione neolitica fino ad oggi sono
a 'vittoria' dell'agricoltura, ovvero come essa si sia estesa in tutto il mondo e la stabilità del modello base dell'agricoltura, ovvero la preparazione del suolo mediante l'aratro e l'irrigazione dei campi.

Durante il Medioevo ci furono delle innovazione che contribuirono fortemente allo sviluppo dell'agricoltura:
  1. la sostituzione del bue con il cavallo, quest'ultimo infatti è un animale più forte e meno dispendioso dal punto di vista dell'alimentazione.
  2. la diffusione di mulini ad acqua e a vento che riuscivano a macinare una quantità maggiore di grano a differenza di quelli che venivano azionati a forza umana o animale.
  3. la specializzazione dell'agricoltura, ovvero i contadini si misero d'accordo e ognuno di loro iniziò a dedicarsi ad una sola attività.
Dal XIX secolo in poi ci fu un forte incremento della produttività, grazie all'impiego di nuovi macchinari e dall'uso del modello estensivo.



L'agricoltura oggi 

L'agricoltura è un'attività economica di fondamentale importanza, in quanto da essa dipende la maggior parte dell'alimentazione umana.
Ci sono diversi tipi di agricoltura. Negli ultimi anni si è sviluppata un tipo di agricoltura che ha lo scopo di non danneggiare l'ambiente, la cosiddetta agricoltura biologica. Ultimamente il numero di
consumatori che richiede l'utilizzo di questa pratica è aumentato.
Le attività agricole più utilizzate al momento sono le seguenti:
  • l'agricoltura itinerante, una pratica molto antica che consiste nel liberare una porzione di terreno nelle foreste tagliando o bruciando cespugli e piante, ci si procura in questo modo lo spazio necessario per la coltivazione. Una volta esaurite le risorse nel terreno i coltivatori si spostano in un'altra zona.
  • l'agricoltura intensiva, il quale scopo è quello di aumentare la produttività, viene praticata da società sedentarie quando c'è poca terra in rapporto alla popolazione. Per esempio in Indonesia ci sono coltivazioni intensive di riso;
  • l'agricoltura estensiva è una pratica dove sono disponibile vaste estensioni di terreno e poca manodopera. Un esempio sono le coltivazioni di prodotti destinati all'esportazione, il caffè. 



STRATEGIE ACQUISITIVE: RACCOLTA; CACCIA; PESCA


Le strategie acquisite

L'esigenza di reperire risorse necessarie alla conservazione della vita caratterizza l'essere umano fin dai periodi della sua esistenza. 
Le ricerche compiute dagli studiosi di preistoria ci informarono che gli uomini praticarono a lungo un'economia di tipo "acquisitivo", prelevando direttamente dalla natura sia il cibo sia i materiali per fabbricare strumenti, ripari e vestiario.

 Verso la fine del Paleolitico i gruppi umani cercarono di stabilire un rapporto diverso con l'ambiente naturale, che cercarono di rendere domestico e piegare ai propri fini con un lavoro costante e intenso. Si parlò di rivoluzione neolitica, cioè l'introduzione dell'agricoltura e dell'allevamento.
Con l'espressione caccia e raccolta ci si riferisce alla prima strategia di sopravvivenza attuata dal genere umano, costituita dall'associazione delle pratiche della caccia di animali e della raccolta di prodotti della natura.
La raccolta è più antica della caccia e fornì sostentamento per prima agli australopitechi e successivamente ai più antichi rappresentanti del genere umano: Homo sapiens, Homo erectus e l'Homo sapiens sapiens, quest'ultimo introdusse la caccia.
La caccia e la raccolta sono forme dell'economia di acquisizione , o di "prelievo", ovvero prelevavano o acquisivano, direttamente dalla natura ciò di cui avevano bisogno per sopravvivere.

Ancora oggi esistono ancora popoli cacciatori e raccoglitori , ma costituiscono un'esigua minoranza. 



La raccolta


L'ambiente naturale che spinse gli ominidi a comportamenti di raccolta fu probabilmente la savana africana, con le due sue stagioni: quella umida e quella secca.

Nella stagione umida era possibile raccogliere germogli di graminacee, fiori e foglie appena spuntati e frutti, mentre nella stagione secca era necessario scavare e trovare radici ricche di acqua, ma alla carenza di vegetali si poteva in qualche modo supplire grazie alle numerose carcasse di animali erbivori uccisi.
Presso i popoli cacciatori e raccoglitori odierni, la raccolta fornisce la parte più consistente delle risorse alimentari.ed era generalmente dedicata alle donne, che ogni giorno percorrevano decine di chilometri a piedi alla ricerca di vegetali. Oggi nelle popolazioni che utilizzano ancora questa strategia di sopravvivenza, la raccolta costituisce il 70% dell'alimentazione. Questa attività viene svolta dalle donne che camminano giornalmente decine di chilometri in cerca di vegetali, uova o piccoli animali catturabili con le mani.



La caccia


Le prime battute di caccia della preistoria furono organizzate dall' Homo sapiens.
In generale, la caccia era un'attività di ricerca, cattura e uccisione di animali selvatici che richiedeva una buona conoscenza del territorio e della selvaggina. Può essere un'attività individuale oppure di gruppo, in base all'animale da uccidere.
La caccia che si dividono in diversi momenti:

Le donne sono escluse dalla spartizione e ricevono la carne indirettamente dei loro uomini. La caccia è sempre stata un'attività maschile.



La pesca

La pesca è un'attività di ricerca e di acquisizione di risorse alimentari, che viene praticata negli ambienti acquatici.
Gli uomini della preistoria trassero dal mare e dai corsi d'acqua soltanto quei cibi che potevano essere raccolti con le mani e senza difficoltà come i molluschi. Anche i primi pesci furono probabilmente catturati con le mani, dove potevano facilmente essere visti.
Con il tempo, elaborarono tecniche simili a quelle della caccia, a cui la pesca può essere assimilata.
Le difficoltà poste dall'ambiente acquatico furono superate , grazie ad alcune invenzioni, come la fiocina.

Oggi la pesca, come strategia di sopravvivenza è quasi sempre associata ad altre attività: alla caccia, al commercio, all'agricoltura e altre attività.  



LE ORIGINI DELLA NOSTRA SPECIE


L'evoluzione culturale e organica


La cultura consiste in progressive esteriorizzazioni di potenzialità fisiche e mentali. Gli strumenti e le tecnologie, dai più semplici ai più elaborati, possono essere visti come "prolungamenti" esterni dell'intelligenza che aumentano la capacità di adattamento all'ambiente. Nell'ambito degli studi antropologici, si è ritenuto che l'evoluzione culturale, abbia seguito, l'evoluzione organica.
In virtù di un cervello molto più sviluppato di quello degli altri animali e degli stessi ominidi che lo avevano preceduto, Homo sapiens sapiens. Questo poteva superare i limiti della propria costruzione fisica per crearsi una sorta di seconda natura culturale, fatta di tecniche materiali e simboliche che gli permisero di adattarsi agli ambienti. Questa concezione ha fatto da sfondo alla riflessioni degli antropologi fino a quando non è stata messa in discussioni in seguito ad alcune scoperte della paleoantropologia, la disciplina che studia l'evoluzione del genere umano attraverso l'analisi dei reperti archeologici. Si parla dei fossili ritrovati nel 1959, che hanno permesso di retrodatare a 2 milioni di anni fa la comparsa dell'essere umano. Il primo ominide ritrovato è stato chiamato Homo sapiens, aveva un aspetto più scimmiesco che umano e il suo cervello era pari a un terzo del nostro, però era in grado di usare e fabbricare strumenti. 

Andre Leroni-Gourhan, è stato il primo a cogliere l'importanza dei ritrovamenti africani di australopitechi e homo habilis.
Nel suo libro, lui sostiene che l'evoluzione può essere compendiata nell'immagine di una serie di "liberazioni" successive: quella dell'intero corpo rispetto alla locomozione, del cervello rispetto alla maschera facciale. L'evento decisivo per il genere umano è raggiungere la stazione eretta, perchè la liberazione della mano dai compiti di locomozione ha avuto come conseguenza l'emergere di comportamenti culturali: la fabbricazione di strumenti, la produzione di gesti comunicativi e l'elaborazione del linguaggio parlato.



Le nostre origini africane

Homo sapiens sapiens , detto anche uomo anatomicamente moderno.

Non si sanno le ragioni per cui il primo gruppo di migranti uscì dall'Africa e raggiunse il continente asiatico: forse furono spinti dalla necessità, rappresentata da un cambiamento climatico o da un'esuberanza demografica, forse dallo spirito di avventura. Quando questi arrivarono in Europa, 35.000 anni fa, gli uomini anatomicamente moderni, incontrarono i neanderthaliani, in quel momento unici abitanti del continente europeo, e ne provocarono l'estinzione. Se oggi l'idea di una comune origine africana dell'umanità non è più un'ipotesi ma un'accreditata teoria scientifica, merito di alcune ricerche genetiche seguite da Luigi Luca Cavalli Sforza. Grazie a lui oggi sappiamo che gli spostamenti e le migrazioni sono sempre stati presenti nella storia dell'umanità.
Il successo della specie a cui apparteniamo, di corporatura meno robusta dei suoi predecessori Homo erectus e Homo neandertalensis, più gracile nella struttura ossea e con una muscolatura meno sviluppata , si spiega con due parole: pensiero e linguaggio. Entrambi derivano dalla particolare struttura del cervello di Homo sapiens sapiens. Il cervello moderno ha un maggiore sviluppo di aree specializzate e di connessioni nervose, in particolare si distingue per la presenza dell'emisfero sinistro di due aree responsabili del pensiero e del linguaggio:
  • l'area di Wernicke, che controlla la comprensione dei significati
  • l'area di Broca, in cui avvengono la produzione del linguaggio e l'elaborazione della sintassi.

I primi ominidi possedevano dei sistemi di comunicazione gestuale e forse usavano dei suoni gutturali per formulare domande o indicare pianti, animali o altri aspetti della realtà, ma non erano in grado di parlare.

POSTMODERNISMO


Il postmodernismo

A partire dagli anni ottanta del Novecento lo scenario degli studi antropologici è stato movimentato dalle analisi e dalle prese di posizione degli esponenti del "postmodernismo".
James Clifford George Marcus sono i maggiori esponenti del postmodernismo e dal volume "writing culture: the poetics and politics of ethnography- scrivere le culture".
Nei saggi raccolti in questo libro, viene messo in discussione uno dei fondamenti dell'antropologia "classica": l'attendibilità del resoconto etnografico. Secondo l'impostazione tradizionale, la presenza del ricercatore sul posto e la sua partecipazione diretta alla vita degli indigeni davano alla relazione etnografica sufficienti garanzie di oggettività e rispondenza al vero.
In realtà, come aveva capito Geertz. la situazione tipica della ricerca antropologica non contempla un osservatore naturale che registra in modo accurato e neutro gli eventi, ma vede l'incontro di due interpreti: l'antropologo e il nativo che lo informa.
La descrizione del nativo che fa della propria cultura non è immediata e ingenua, ma inserita in un ben preciso quadro interpretativo sedimentato nel tempo.
Quando poi l'antropologo elabora il resoconto etnografico -ed è questo il punto centrale della critica postmoderna- traducendo in scrittura i racconti orali e osservazioni dirette, si avvale di una serie di espedienti tipici della sua cultura di appartenenza: seleziona ciò che reputa importante e scarta ciò che nella sua impostazione appare irrilevante, con un ampio uso di artifici retorici e convenzioni narrative che danno forma "letteraria" al testo.
L'antropologo quando scrive non fa scienza ma letteratura; inoltre, il suo lavoro è sempre "culturalmente  situato", ovvero inserito in una prospettiva che deriva dalla sua cultura di appartenenza e che condiziona la oggettività del suo sguardo e del suo ascolto.

Clifford e Marcus, criticano perché puntano a rinnovare i metodi della disciplina, inducendo qualsiasi studioso ad acquisire maggiore consapevolezza di tutto ciò che è implicito nella ricerca antropologica.
George Marcus suggerisce che dalla critica del lavoro etnografico può nascere la sperimentazione di nuove modalità di ricerca e scrittura, poiché le scienze umane non sono contraddistinte da uno sviluppo lineare/cumulativo, ma procedono in una maniera più complicata e tortuosa, caratterizzata da fratture e da una molteplicità di prospettive.

Dal punto di vista dei postmoderni, una parte dell'antropologia ha cercato di costruire delle "grandi narrazioni", ovvero complesse costruzioni teoriche con una loro coerenza interna che propongono una spiegazione del mondo.Appartengono le sistemazioni teoriche del funzionalismo o del materialismo culturale e alcune analisi di Levi-Strauss.
In tutti e 3 i casi, si tratta di analisi, che pur nelle loro differenze, condividono la caratteristica di allontanare l'antropologia dalle discipline che descrivono realtà particolari e mutevoli e non è possibile scoprire le leggi universali (discipline idiografiche), o di avvicinarla a quelle he cercano le leggi universali dei fenomeni(discipline nomotetiche)
L'antropologia contemporanea ha riannodato i legami con le tradizioni delle ricerche sul campo e il lavoro etnografico è ritornato in primo piano.
Nel mondo occidentale si è sviluppata l'antropologia del noi, che individua come oggetto di ricerca non l'indigeno nella lontana comunità di un villaggio, ma nell'altro che è in mezzo a noi.
Si può dire che oggi è tutto il mondo a offrirsi all'indagine dell'antropologo, con i suoi cambiamenti e i suoi "traffici di culture".




LUOGHI E NON-LUOGHI


Non- luoghi e media 


La scomparsa e la trasformazione delle culture può rappresentare una grave perdita per l'antropologia, ma può anche rappresentare il presupposto per la ricerca di nuovi oggetti di indagine,
Il rinnovamento della ricerca trova un contesto ideale negli ambiti metropolitani del mondo occidentale, che offre agli antropologi nuovi oggetti di studio.
Anche i processi di trasformazione di una cultura o di una fusione tra culture diverse, rappresentano una sfida per gli antropologi. Per l'antropologia si è aperto un nuovo capitolo: oggi gli antropologi sono chiamati a studiare le trasformazioni di società per molto tempo ritenute immobili e a osservare le forme di vita comunitarie all'interno delle metropoli multietniche e multiculturali.
Uno dei primi autori ad analizzare i contesti sociali metropolitani con l'etnografia e l'antropologia è stato Marc Augé. Lui ha dato due importanti contributi: l'indagine sui passeggeri della metropolitana, l'analisi dei "non luoghi"


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Augè: Luoghi e metrò
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Oggi gli antropologi studiano le trasformazioni delle società per molto tempo ritenute immobili e osservano le forme di vita comunitarie all'interno delle metropoli multietniche e multiculturali.
Il primo autore che analizzò i contesti sociali metropolitani fu l'antropologo francese Marc Augé.
 I due suoi contributi più importanti sono l'indagine sui passeggeri della metropolitana di Parigi e l'analisi dei "non-luoghi", nuovi spazi della contemporaneità.
 Augè definisce l'etnografia come l'analisi delle relazioni sociali considerate nel loro contesto, osservare con distacco e attenzione gli utenti della metropolitana è un tipo di indagine perfettamente rispondente agli scopi della sua disciplina Quello che cambia da prima è il tipo di contesto, in questo caso ci troviamo in uno scenario urbano tecnologicamente avanzato in cui le persone vivono contemporaneamente 3 dimensioni della cultura: locale, globale e virtuale Nel secondo volume si parla di "non-luoghi". In geografia e in antropologia, il luogo è uno spazio ben definito che possiede 3 caratteristiche:   

  • identitario
  •  relazionale 
  •  storico

Per Augè i non luoghi non possiedono nessuna di queste 3 caratteristiche, non hanno un'identità, non hanno una storia e non producono relazioni durevoli tra persone.  I non luoghi sono per esempio gli aeroporti, i centri commerciali, parchi divertimento, gli autogrill...: sono spazi del mondo contemporaneo adibiti del commercio, al trasporto e al tempo libero in cui le persone transitano o soggiornano per brevi periodi. I non luoghi sono uguali dappertutto, offrono gli stessi servizi e le stesse merci, sono progettati e arredati nello stesso modo, nel senso che rimpiccioliscono il mondo.
 I non-luoghi sono gli spazi di circolazione, comunicazione e consumo della "surmodernità": chi vi transita è un individuo anonimo, che riceve l'astratta identità di "cliente", possessore di una carta di credito, tessera o biglietto d'ingresso...

L'analisi etnografica dei media

Negli ultimi decenni del Novecento il metodo di indagine etnografico è stato applicato con successo anche a settori di ricerca diversi da quelli tradizionali degli antropologi, fino a confrontarsi con i gusti dei telespettatori dei serial televisivi. I mass media sono veri e propri produttori e trasmettitori di cultura, nonché veri e propri agenti di socializzazione, il metodo etnografico applicato alla loro analisi ha rinnovato gli studi in questo settore e ha permesso di fare importanti scoperte.
Gli Audience Studies sono un ambito di ricerca che ha origine in Gran Bretagna e negli USA. Gli autori si propongono di ottenere una conoscenza del pubblico radiotelevisivo più precisa e analitica di quella fornita dai dati quantitativi ottenuti, ad esempio con le rivelazioni degli ascolti realizzate dall'Auditel. Secondo questi autori, sono poco affidabili anche gli studi condotti in laboratorio, dal momento che risultano lontani dalle situazioni della vita reale e poco attenti alle molteplici modalità di fruizione. Essi preferiscono i metodi etnografici, perchè indirizzati alla rivelazione degli aspetti qualitativi, i più efficaci sono:
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  • analisi del contenuto dei programmi
  • focus group
  • osservazione
  • storie di vita
L'obiettivo è raccogliere testimonianze sulle preferenze degli spettatori, sul ruolo che occupano i media nella loro vita e su come alimentano il loro immaginario. Le domande a cui l'etnografia dei media radiotelevisivi cerca di rispondere sono:

  1.  quali sono i contenuti trasmessi dai media?
  2. come reagiscono gli spettatori alle proposte dei media?
  3.  quale uso dei contenuti trasmessi dai media fanno le persone nella vita di tutti i giornali?
  4.  qual è il contributo fornito dai media alla creazione di un immaginario individuale e collettivo?
Per capire come reagiscono gli spettatori e quale uso fanno dei media, l'etnografia predilige un metodo qualitativo di ricerche condotte sul campo con pochi soggetti, avvalendosi dei metodi dell'intervista libera, delle storie di vita, dell'osservazione all'interno di gruppi di ascolto.
Le ricerche sul  ripensamento individuale delle proposte televisive hanno rivelato che gli spettatori non sono cosi passivi come si pensava, ma hanno un atteggiamento oppositivo nei confronti dei contenuti dei programmi.
Oggi la televisione non è più un medium egemone, infatti l'approccio etnografico ai media ha dimostrato che sull'argomento "comunicazione di massa" non è possibile generalizzare: non esiste un pubblico televisivo o un utente medio, ma tanti pubblici e tanti spettatori con modalità diverse di ricezione e incorporazione dei media.













COMPITI

Domande a pag. 316 Quale idea accoglie da Durkheim il funzionalismo? Il funzionalismo accoglie da Durkheim l'idea del primato del...